EPHEL DUATH - 27 Gennaio 2006
A cura di Boz

Il cappello di un’intervista sono quelle quattro righe che noi scribacchini dovremmo usare per introdurvi la band in questione. Mai come in questo caso un cappello non ha senso. Gli Ephel Duath sono una band unica, e per quanto io mi possa sforzare di descrivervela, non riuscirei a trasmettervi un centesimo della lucida follia, della precisione chirurgica, dello splendido dolore che emana questa band. Sentiamo cosa ha da dirci il leader Davide Tiso…

Innanzitutto lasciate che vi faccia i complimenti per ‘Pain Necesssary To Know’, ancora una volta uno dei migliori album usciti durante un anno discografico. Siete consapevoli di essere uno dei gruppi più personali mai nati nel nostro Paese?

Sei molto gentile ma penso ci sia troppo ancora da dire e fare prima di poter fermarsi a trarre dei bilanci. Grazie del complimento comunque.

Personalmente considero il vostro ultimo album come la naturale evoluzione di ‘The Painter’s Palette’, pur non essendo fortunatamente una sua fotocopia. Sentite di aver già esplorato gran parte delle potenzialità del vostro ‘jazz-core’ o esistono ancora aspetti da sviluppare?

Penso che l’aspetto da sviluppare sia l’effettiva “ascoltabilità” dei nostri pezzi. La mia sfida in futuro sarà creare un prodotto estremamente sperimentale che sia allo stesso tempo accessibile a più pubblico possibile.

Rispetto a ‘The Painter’s Palette’, ‘Pain Necesssary To Know’ ha una pesantezza sonora più marcata. Pensate che in futuro ci possa essere un ritorno al metal estremo o per voi sarebbe una specie di passo indietro?

Non sarebbe di certo un passo indietro riavvicinarsi a soluzioni metal, ma allo stato attuale non penso sia possibile. C’è troppo da esplorare, soprattutto nella musica contemporanea, il metal lo lascio fare a chi lo vive in modo più genuino di me.
In passato mi interessava l’idea di canalizzare la rabbia grazie al metal estremo, oggi penso di aver imparato a donare ai miei brani ancora più incisività, senza però dover seguire pedissequamente o citare generi o correnti particolari.

Dopo ‘The Painter’s Palette’, per il fatto che unite jazz e musica pesante, si sono sprecati i paragoni con Cynic, Atheist e Candiria. Al di là del fatto che, secondo me, in comune con loro avete solo l’eclettismo musicale, li conoscete e – se sì - cosa ne pensate?

Tempo fa dopo l’ennesima intervista in cui ammettevo di non conoscere il suddetti gruppi, un gentile supporter mi ha spedito una copia di “Element” degli Atheist. Devo dire che sono rimasto davvero colpito dall’eclettismo sonoro del gruppo, ma non ho più approfondito la cosa. So che si stanno riformando, sono curioso di sentire come suoneranno nel 2006. Mi hanno recentemente segnalato anche i Candiria, al più presto cercherò di ascoltare qualcosa a riguardo. I Cynic invece sono proprio una mia lacuna.. Provvederò. So che sono tecnicamente ineccepibili, spero che la cosa però non venga sbattuta in faccia all’ascoltatore, questo infatti, devo proprio ammetterlo, è un lato della musica che proprio non sopporto. Mi sa di sfiga..

L’influenza jazz è evidente nella vostra musica: quali sono i vostri artisti jazz preferiti, se esistono, e perché?

Premetto che il mio approccio al jazz è davvero poco rispettoso. Ascolto quello che mi capita, senza pensare che ci sarebbe molto che potrebbe entusiasmarmi. Adoro David S.Ware, sassofonista freejazz di New York. Trovo che i suoi album e la sua etichetta, Aum Fidelity, siano interessantissimi esempi di jazz avanguardistico che pur rispettando una matrice riconducibile al genere, assorbe con voracità innumerevoli altri input, come l’elettronica per esempio. Sottolineo anche i meravigliosi lavori dei romani Zu. Un vero portento in sede live, trascinanti e di grande effetto su disco. Il loro “acrobatic punk jazz” mi dona un’energia che mette i brividi.

Una particolarità del jazz è che un pezzo dal vivo viene riproposto sempre in modo diverso, grazie all’improvvisazione. Pensate che l’improvvisazione possa entrare nei vostri concerti oppure secondo voi i pezzi devono restare fedeli all’album?

Almeno in sede live preferiamo avere un occhio di riguardo per il nostro pubblico. Pensiamo che da un nostro show ci si aspetti una fedele riproposizione di quanto offerto su disco. E’ qualcosa che accettiamo di buon grado, cercando però allo stesso tempo di offrire a ogni nostro brano arrangiamenti più efficaci per la dimensione live.

I pezzi nuovi sono molto vari al loro interno e necessitano di grande attenzione per seguire il loro sviluppo. Avete già provato la loro resa live? Che responsi avete avuto dal pubblico?

I brani di “Pain Necessary to Know” sono perfetti per la dimensione live. Il disco è composto da una chitarra, un basso, batteria, voce e rumori acustici alternati da qualche cameo di sinths: ovvero quello che il pubblico troverà sul palco. Abbiamo già fatto alcune date di promozione al nuovo album, devo dire che la reazione del pubblico è stata molto soddisfacente, specialmente in Germania, sebbene in quanto a vendite non si sia mai dimostrato il nostro mercato migliore.

Sul palco in futuro vi avvarrete di alcune ‘ambientazioni’ come successo in passato, ne farete a meno o ne proverete di nuove?

Purtroppo la band è ancora molto underground, di conseguenza legata a problemi economici di varia natura. Non possiamo ancora offrire lo spettacolo che vorremmo. Penso per esempio che Ephel Duath possa avere un forte legame con l’immagine visuale con cui spero di cuore di poter lavorare in futuro.

Avete già pronto qualche spunto o pezzo per il prossimo album? Se sì, che direzione segue?

Sto già componendo del nuovo materiale, lasciami dire che ne sono molto soddisfatto. Sono brani molto liquidi in cui le scosse sembrano essere più armoniose che in passato. C’è una pesantezza e una malinconia di fondo che si sta facendo sempre più marcata, inoltre, sto liberando il mio lato più blues: la cosa mi inebria per la sua così funzionale essenzialità. Sto cercando dissonanze che accarezzano e melodie che esplodono tali a schiaffi.

Domanda classica del nostro sito: scegliete 3 dischi da portare su di un’isola deserta…

Sicuramente qualcosa dei Metallica, mi servirebbe per ricordare da dove provengo, direi senza dubbio“Master of Puppet”. Se potessi, porterei l’intera discografia dei Pink Floyd ma riassumo il tutto con qualcosa dello stesso mood, opto per “Oceanic” degli Isis, concludo con “Mutter” dei Rammstein che tanto mi ha accompagnato negli ultimi anni. Grazie per l’intervista ed il supporto, invito tutti ad ascoltare “Vector, third movement” e “Pleonasm”, tratte da Pain Necessary to Know, che potrete scaricare dal nostro ufficiale o dalla pagina di Myspace!