Il
cappello di un’intervista sono quelle quattro righe che noi
scribacchini dovremmo usare per introdurvi la band in questione. Mai
come in questo caso un cappello non ha senso. Gli Ephel Duath sono una
band unica, e per quanto io mi possa sforzare di descrivervela, non
riuscirei a trasmettervi un centesimo della lucida follia, della
precisione chirurgica, dello splendido dolore che emana questa band.
Sentiamo cosa ha da dirci il leader Davide Tiso…
Innanzitutto lasciate che vi faccia i complimenti per
‘Pain Necesssary To Know’, ancora una volta uno dei migliori album
usciti durante un anno discografico. Siete consapevoli di essere uno
dei gruppi più personali mai nati nel nostro Paese?
Sei molto gentile ma penso ci sia troppo ancora da dire e fare prima di
poter fermarsi a trarre dei bilanci. Grazie del complimento comunque.
Personalmente considero il vostro ultimo album come la
naturale evoluzione di ‘The Painter’s Palette’, pur non essendo
fortunatamente una sua fotocopia. Sentite di aver già esplorato gran
parte delle potenzialità del vostro ‘jazz-core’ o esistono ancora
aspetti da sviluppare?
Penso che l’aspetto da sviluppare sia l’effettiva “ascoltabilità” dei
nostri pezzi. La mia sfida in futuro sarà creare un prodotto
estremamente sperimentale che sia allo stesso tempo accessibile a più
pubblico possibile.
Rispetto a ‘The Painter’s Palette’, ‘Pain Necesssary To
Know’ ha una pesantezza sonora più marcata. Pensate che in futuro ci
possa essere un ritorno al metal estremo o per voi sarebbe una specie
di passo indietro?
Non sarebbe di certo un passo indietro riavvicinarsi a soluzioni metal,
ma allo stato attuale non penso sia possibile. C’è troppo da esplorare,
soprattutto nella musica contemporanea, il metal lo lascio fare a chi
lo vive in modo più genuino di me.
In passato mi interessava l’idea di canalizzare la rabbia grazie al
metal estremo, oggi penso di aver imparato a donare ai miei brani
ancora più incisività, senza però dover seguire pedissequamente o
citare generi o correnti particolari.
Dopo ‘The Painter’s Palette’, per il fatto che unite jazz
e musica pesante, si sono sprecati i paragoni con Cynic, Atheist e
Candiria. Al di là del fatto che, secondo me, in comune con loro avete
solo l’eclettismo musicale, li conoscete e – se sì - cosa ne pensate?
Tempo fa dopo l’ennesima intervista in cui ammettevo di non conoscere
il suddetti gruppi, un gentile supporter mi ha spedito una copia di
“Element” degli Atheist. Devo dire che sono rimasto davvero colpito
dall’eclettismo sonoro del gruppo, ma non ho più approfondito la cosa.
So che si stanno riformando, sono curioso di sentire come suoneranno
nel 2006. Mi hanno recentemente segnalato anche i Candiria, al più
presto cercherò di ascoltare qualcosa a riguardo. I Cynic invece sono
proprio una mia lacuna.. Provvederò. So che sono tecnicamente
ineccepibili, spero che la cosa però non venga sbattuta in faccia
all’ascoltatore, questo infatti, devo proprio ammetterlo, è un lato
della musica che proprio non sopporto. Mi sa di sfiga..
L’influenza jazz è evidente nella vostra musica: quali sono i vostri artisti jazz preferiti, se esistono, e perché?
Premetto che il mio approccio al jazz è davvero poco rispettoso.
Ascolto quello che mi capita, senza pensare che ci sarebbe molto che
potrebbe entusiasmarmi. Adoro David S.Ware, sassofonista freejazz di
New York. Trovo che i suoi album e la sua etichetta, Aum Fidelity,
siano interessantissimi esempi di jazz avanguardistico che pur
rispettando una matrice riconducibile al genere, assorbe con voracità
innumerevoli altri input, come l’elettronica per esempio. Sottolineo
anche i meravigliosi lavori dei romani Zu. Un vero portento in sede
live, trascinanti e di grande effetto su disco. Il loro “acrobatic punk
jazz” mi dona un’energia che mette i brividi.
Una particolarità del jazz è che un pezzo dal vivo viene
riproposto sempre in modo diverso, grazie all’improvvisazione. Pensate
che l’improvvisazione possa entrare nei vostri concerti oppure secondo
voi i pezzi devono restare fedeli all’album?
Almeno in sede live preferiamo avere un occhio di riguardo per il
nostro pubblico. Pensiamo che da un nostro show ci si aspetti una
fedele riproposizione di quanto offerto su disco. E’ qualcosa che
accettiamo di buon grado, cercando però allo stesso tempo di offrire a
ogni nostro brano arrangiamenti più efficaci per la dimensione live.
I pezzi nuovi sono molto vari al loro interno e
necessitano di grande attenzione per seguire il loro sviluppo. Avete
già provato la loro resa live? Che responsi avete avuto dal pubblico?
I brani di “Pain Necessary to Know” sono perfetti per la dimensione
live. Il disco è composto da una chitarra, un basso, batteria, voce e
rumori acustici alternati da qualche cameo di sinths: ovvero quello che
il pubblico troverà sul palco. Abbiamo già fatto alcune date di
promozione al nuovo album, devo dire che la reazione del pubblico è
stata molto soddisfacente, specialmente in Germania, sebbene in quanto
a vendite non si sia mai dimostrato il nostro mercato migliore.
Sul palco in futuro vi avvarrete di alcune ‘ambientazioni’ come successo in passato, ne farete a meno o ne proverete di nuove?
Purtroppo la band è ancora molto underground, di conseguenza legata a
problemi economici di varia natura. Non possiamo ancora offrire lo
spettacolo che vorremmo. Penso per esempio che Ephel Duath possa avere
un forte legame con l’immagine visuale con cui spero di cuore di poter
lavorare in futuro.
Avete già pronto qualche spunto o pezzo per il prossimo album? Se sì, che direzione segue?
Sto già componendo del nuovo materiale, lasciami dire che ne sono molto
soddisfatto. Sono brani molto liquidi in cui le scosse sembrano essere
più armoniose che in passato. C’è una pesantezza e una malinconia di
fondo che si sta facendo sempre più marcata, inoltre, sto liberando il
mio lato più blues: la cosa mi inebria per la sua così funzionale
essenzialità. Sto cercando dissonanze che accarezzano e melodie che
esplodono tali a schiaffi.
Domanda classica del nostro sito: scegliete 3 dischi da portare su di un’isola deserta…
Sicuramente qualcosa dei Metallica, mi servirebbe per ricordare da dove
provengo, direi senza dubbio“Master of Puppet”. Se potessi, porterei
l’intera discografia dei Pink Floyd ma riassumo il tutto con qualcosa
dello stesso mood, opto per “Oceanic” degli Isis, concludo con “Mutter”
dei Rammstein che tanto mi ha accompagnato negli ultimi anni. Grazie
per l’intervista ed il supporto, invito tutti ad ascoltare “Vector,
third movement” e “Pleonasm”, tratte da Pain Necessary to Know, che
potrete scaricare dal nostro ufficiale o dalla pagina di Myspace!