| Difficile montarsi la testa, con un nome così. Eppure questi deathster
polacchi questa volta hanno avuto l’ardire di accostare la loro formula
base al sacro nome dei Meshuggah, facendoci tutt’altro che la figura
degli usurpatori. Il talento e la capacità tecnica della band sono
indiscussi: interplay fulminanti e vorticosi, assoli infuocati, growl
potente e malsano, doppia cassa-mitragliatrice, sincopi telluriche.
Insomma: il piccolo culto di cui sono oggetto sembra più che
giustificato.
La conferma che arriva dalla carneficina di “Poem About An Old
Prison Man”, con quei lunghissimi corridoi d’acciaio fuso, ci arriva,
quindi, quasi come un’inevitabile conferma. Veemenza e brutalità:
parole chiave per comprendere un disco davvero annichilente. Una forza
d’urto, quella dei Decapitated, che trova nella complessità strutturale
dei brani la chiave d’accesso per una trasfigurazione ulteriore della
rabbia e dello schifo morale. Quelle di “Day 69”sono coordinate che
oscillano tra allunghi improvvisi, scale vertiginose e maniache
esalazioni che camminano in bilico su colate laviche, deturpando
lontani sentori industrial con abnormi levitazioni psichedeliche.
Un retrogusto dissonante assume la cartolina thrashy di
“Revelation Of Existence (The Trip)” che gioca, via Voivod, con un
senso di dispersione e di implosione della musica. La superba
“Post(!)Organic”, invece, incolla un solo fulminante su una parete
verticale di cyber-death/metal , auto-scolpendosi senza tregua
con un caleidoscopico incrocio angolare-irregolare. Dal canto suo,
invece, “Visual Delusion” abbandona il rifferama maniacale e
la doppia-cassa su di un nastro trasportatore impazzito e il bello è
che non si perde mai il bandolo della matassa. Tant’è che, giusto per
gradire, la batteria attacca anche un bombardamento a tappeto, prima di
rientrare nei ranghi con un’altra istantanea di questo viaggio
sentimentale negativo.
Anche il “Flashb(l)ack” ha tremende connotazioni distruttive e
brandisce vessilli macchiati di bile, provando ulteriormente lo stato
di grazia di Covan (voce cartavetro o zombie incazzato nero), Vogg
(chitarra supersonica), Martin (basso propulsivo) e Vitek (batteria o
drum-machine fuori controllo?). A lanciare l’assalto finale di
“Invisible Control” è una bestia in gabbia. E’ impressionante come
Covan domini la musica che in più di un’occasione sembra crollare sotto
il peso della sua stessa estenuazione, prima di scivolare
definitivamente nel baratro alla velocità della luce. Come si dice in
questi casi: bene, bravi… aspettando l’ennesimo bis con la speranza di
poterli ritrovare ancora più ispirati e convinti dei propri mezzi.
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